Aveva iniziato da poco a nevicare. Era felice: la neve le piaceva moltissimo. Incollando il nasino
alla finestra, rimase a fissare i fiocchi che cadevano silenziosi. Anche Bella, la gatta di casa,
sembrava contenta, acciambellata accanto alla sua padroncina.
«La porto lo stesso, signora?» domandò Anna.
Sara si voltò verso la sua mamma con un visino preoccupato.
«Ma sì, è solo un po’ di nevischio” rispose la signora, con i suoi modi spicci. “Renderà ancora tutto
più suggestivo».
«Non intendevo per la neve, signora. La bambina l’anno scorso si è spaventata moltissimo».
La signora sbuffò, evitando lo sguardo contrariato di Anna.
«Sì, i Krampus sono forse un po’ troppo irruenti…» tergiversò, cercando le parole adatte per
giustificare la sua opinione. «Certo, è capitato diverse volte che abbiano ferito qualcuno con i colpi
di frusta…Ma sono incidenti che possono capitare ovunque. E poi la sfilata dei Krampus fa parte
della nostra tradizione».
«Come desidera, signora. Ma se vuole la mia opinione, penso che per molti dei figuranti sia solo
un’occasione per dar sfogo a quelle forze che per tutto il resto dell’anno rimangono represse dentro
di loro».
«Grazie, ma non ho alcun bisogno della tua opinione, Anna. Credo di sapere perfettamente cosa sia
meglio per mia figlia».
Anna iniziò svogliatamente a mettere il cappottino e il berretto di lana alla bambina; la gatta le
osservava, le orecchie e la coda dritte, quasi intuisse un pericolo.
Mentre camminava sotto l’ombrello insieme alla tata, la piccola si domandava se la sua mamma
sperava che i Krampus la portassero via con loro. Ogni anno, quando si avvicinava dicembre, la
mamma non perdeva occasione per ricordarle che i Krampus prendevano i bambini cattivi e li
portavano via in un sacco. I bambini cattivi proprio come lei, diceva la mamma. Sara sospirò: lei
cercava sempre di essere una brava bambina, ma la mamma non sembrava mai accorgersi dei suoi
sforzi.
Quando arrivarono nella piazza principale, aveva già smesso di nevicare; tutto quello che rimaneva
era solo uno strato di cristalli soffici e bianchi in terra. Su quel candido manto sottile si riflettevano i
pallidi raggi del sole morente, nascosto dietro le nubi plumbee striate di rosa.
«Stanno arrivando», constatò Anna.
Al suono sgraziato di campanacci e catene, i Krampus si avvicinavano saltando, correndo e urlando.
La bambina rabbrividì: quei corpi ricoperti di pellicce con indosso maschere diaboliche con lunghe
corna e denti aguzzi la terrorizzavano.

Non appena furono nel centro della piazza, i Krampus diedero vita a una specie di danza selvaggia,
fatta di urla e di colpi di frusta al suolo. Alcuni bambini piangevano, mentre altri sembravano
apprezzare quello spettacolo quasi quanto gli adulti.
Improvvisamente, alcuni Krampus si staccarono dal gruppo e iniziarono a rincorrere le persone,
urlando in modo terrificante, le loro fruste che schioccavano sul selciato.
A causa di un brusco spintone della folla, la manina di Sara scivolò via da quella di Anna. La
bambina si sentì strattonare e trascinare via dalla folla esaltata.
Quando riuscì a emergere dalla calca, Sara si mise in un angolo in attesa della tata: girava la testina
da una parte all’altra, sperando di scorgere Anna, mentre lacrime silenziose le rigavano il visino.
Nessuno, stranamente, sembrava badare a una bambina da sola, in lacrime.
Sara si voltò quando si sentì toccare sulla spalla: accanto a lei c’era un Krampus. Era diverso dagli
altri: sotto un pesante scialle di lana nero, indossava un lungo abito, anch’esso nero, con in vita una
cintura di campanelle. Lunghi capelli corvini le incorniciavano il volto coperto da una maschera
argentata dalle lunghe corna. Il Krampus non portava fruste o bastoni, ma una vecchia scopa alla cui
estremità era legato un grande sacco nero.
«Sei una Signora Krampus?», domandò sorpresa la bambina. La Krampus annuì e protese la mano:
le stava offrendo una mela caramellata. Sara la prese timidamente e iniziò a mordicchiarla. La
Krampus prese per mano la bambina: facendosi strada a fatica attraverso la folla festante, portò Sara
lontano dalla calca.
Quando furono sufficientemente lontano, la Krampus la prese in braccio. Sara continuò a gustare
felice la sua mela caramellata: sua madre non voleva che ne mangiasse, poiché le si sarebbero
cariati i dentini.
La mela cadde in terra quando la bambina venne afferrata con mala grazia da Anna.
«Ti avevo detto di starmi vicina!» sbraitò la tata «Non ho intenzione di perdere il lavoro per colpa
tua!» aggiunse furente.
Quando Sara si voltò per salutare quella gentile Signora Krampus, si accorse che lei non era più lì.
Anche Anna sembrava sorpresa, ma non disse nulla.
Il ritorno verso casa fu silenzioso come l’andata, ma senza la sensazione di inquietudine: Sara aveva
scoperto che anche i Krampus potevano essere gentili.
Poco dopo il rientro a casa, la bimba si ritrovò con un gran mal di pancia e la febbre: Anna la mise a
letto.
«Ti porto un po’ di brodo caldo? Una camomilla?»
La bimba fece di no con la testa.
«Non è nulla di grave. Ti è venuta la febbre a causa del freddo». O, più probabilmente, a causa dello
spavento di esserti ritrovata da sola in mezzo ai Krampus. Ma non lo disse.
Improvvisamente la bambina si tirò su e vomitò i resti della mela ai piedi del letto.
Anna imprecò sottovoce.

«O forse era quella schifezza che stavi mangiando ad averti procurato la febbre…Te l’ha data quel
Krampus? Ti ho detto mille volte di non accettare cibo dagli sconosciuti!»
Sara si sdraiò di nuovo, mentre le lacrime le rigavano il volto: perché quella gentile Signora
Krampus le aveva dato una mela cattiva? Eppure, il suo sapore era buonissimo. Si ricordò del
grande sacco che aveva appeso sulla sua scopa e rabbrividì.
«Non ti preoccupare, non fa nulla», la consolò Anna finendo di pulire a terra. «Sarà stato il freddo a
farti venire una congestione». Sara le sorrise fra le lacrime: sì, era sicuramente così. Diede ad Anna
il bacio della buonanotte prima di raggomitolarsi sotto le coperte. La sua tata era un po’ burbera, ma
le voleva bene: l’aveva difesa tante volte dalle sfuriate di sua madre.


La bambina spalancò gli occhi nel mezzo della notte: era sicura di aver percepito un suono
familiare.
E poi lo sentì di nuovo: un tintinnio di campanelle.
Sara si alzò e corse alla finestra: sola, sotto la neve battente, la Krampus era lì! Sembrava quasi che
la stesse aspettando perché il suo volto mascherato era rivolto verso l’alto, verso la sua finestra.
Quando si accorse che Sara la stava guardando, la Krampus alzò un braccio: nella sua mano
guantata di nero teneva una mela caramellata.
La bambina sentì subito l’acquolina in bocca: pian pianino scese le scale per non svegliare Anna e
sua madre. Stranamente trovò che la porta d’ingresso non era stata chiusa a chiave e scivolò fuori.
L’aria era gelida e lei indossava solo il pigiamino: si sentì immediatamente sollevare da terra dalla
Krampus.
«Dove andiamo?», domandò la bimba, sbocconcellando la mela.
La Krampus non rispose ma sollevò un braccio, indicando qualcosa davanti a loro. Sara non vedeva
nulla: la sua casa si trovava in un luogo isolato e non c’erano lampioni. La Krampus si addentrò in
una stradina isolata, che Sara non conosceva. Il silenzio ovattato che le circondava era rotto solo dai
passi della Krampus che affondavano nella neve.
Si fermarono davanti una casupola di legno.
«Abiti qui?»
La Krampus annuì, aprendo la porta. Illuminata solo dai raggi della luna, Sara vide che la casetta
era completamente vuota, a parte un camino spento.
«Voglio tornare a casa», disse Sara, la voce rotta dalle lacrime.
La Krampus si tolse la maschera.

«Mamma! Ma sei tu!» esclamò la bimba, abbracciandola.
Gli abbracci di sua madre non erano mai stati tanto stretti e soffocanti come quello.
Cercò di sottrarsi, ma la mamma la stringeva sempre di più.
Sara urlò disperatamente quando sentì un morso affondarle nella carne della spalla.


Anna correva disperata sotto la neve.
Quella mattina si era svegliata molto presto con il cuore che le batteva furioso nel petto. Era a causa
di un incubo: un Krampus che dilaniava Sara. Sapeva bene che le emozioni del giorno precedente si
riflettevano nei sogni e negli incubi: non era qualcosa di cui preoccuparsi. Eppure si sentiva così
inquieta: quel sogno era stato così tremendamente realistico. Si era alzata per controllare che la
bambina stesse bene e non l’aveva trovata nel suo lettino. L’aveva cercata dappertutto in casa:
infine aveva trovato le sue ciabattine appena fuori dalla porta d’ingresso. Sul sentiero innevato
aveva notato delle impronte: senza pensarci di volte, le aveva seguite.
Anna si fermò solo quando vide qualcosa nel bel mezzo di una stradina. Lo osservò meglio: si
trattava di un grande sacco nero sotto al quale si allargava una grande chiazza scura. Quando si
avvicinò, vide che dal sacco spuntavano quelli che sembravano i resti di una manina…
Da lontano giunse un suono argentino di campanelle.

di Simona Volpe

Immagine generata con AI

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