Avevamo preso tutta l’acqua della giornata. Durante il viaggio Gregorio commentava il paesaggio, diceva che di posti così raramente se ne trovano fuori dall’Italia. Io ero sempre seduta nei sedili dietro, sicché la mia visuale era assai ridotta, ero più impegnata a combattere affinché il mio spazio vitale non venisse invaso dagli scatoloni pieni di volantini e dal grosso stereo. Le uniche bellezze che vedevo erano le teste rade di Gregorio e Pino. Dopo aver fatto i nostri eventi “istituzionali”, per promuovere un turismo ecosostenibile nelle zone disabitate dell’Appennino, siamo arrivati alle porte del castello per passarvi la notte. Dapprima che partissimo Gregorio mi ripeteva che avrei dormito dento un castello e la cosa mi gasava. Pino parcheggiò e restammo lì, fermi e senza dire niente, per un tempo che mi parve infinito. Non sapevo chi o cosa dovessimo aspettare, non lo chiesi nemmeno. Arrivarono anche Zeno e Marcello, ci dissero di parcheggiare da un’altra parte, più in basso. Pino borbottò qualcosa quando ormai i finestrini erano alzati e le parole rimbalzarono solo su di noi dell’abitacolo. Parcheggiò, questa volta nel luogo giusto.

«Attento, c’è Zeno dietro.» dissi a Pino che stava facendo retromarcia per allineare meglio la macchina.

«Non si passa MAI dietro le macchine. Nemmeno dietro le corriere. Lo sanno tutti. È una cosa che non va fatta. Se succede qualcosa la colpa è sua.»

«Va bene, Pino. Investilo. Poi vediamo come va.» dissi, appoggiando la testa allo schienale. 

Gregorio non disse niente. Pino aspettò che Zeno fosse passato per continuare la retromarcia. Dal castello scese una macchinina piccola e bianca, di quelle che si usano nei campi da golf. L’uomo che la guidava caricò i bagagli di Zeno e Marcello, i quali salirono e scapparono presto dal nostro sguardo, inoltrandosi nel castello. Pino si lamentò, disse che ci avevano fregato i posti, che stava a noi salire per primi; intanto arrivò un’altra macchinina uguale alla prima. Gregorio salì davanti, al fianco all’uomo che aveva caricato i nostri bagagli; io e Pino ci sistemammo dietro. L’uomo al volante ci disse di tenerci per bene e partì. A me parve un’esagerazione, lo pensai solo per un secondo, poi la macchinina iniziò a salire e mi dissi che era meglio non pensare a niente. Ci tenemmo aggrappati forte con entrambe le mani, intanto sotto le nostre scarpe si srotolavano le pietre bronzee, lisce e luccicanti di pioggia; carapace e scheletro, allo stesso tempo, del castello di Bardi.

All’interno ci aspettavano due camerate, con mezza dozzina di letti a castello in ognuna. C’erano tre letti preparati nella prima camerata, e due nella seconda. Gli uomini si sistemarono nella prima camerata, mentre Pino mi seguì in quella rimasta. Quando vidi i nostri letti così vicini mi venne male. Avevo già dormito con Pino in camera e sapevo quanto potente riuscisse a russare. Ma la cosa che mi preoccupò maggiormente fu quell’eccessiva vicinanza di quei due letti. Disfai le lenzuola e le coperte, e mi trasferii nella cuccetta superiore, con la scusa che volevo dormire in alto. Mentre mi risistemavo il letto in un’altitudine e in una distanza da Pino più consona, sentivo lui nei piani bassi, indaffarato a disfare la borsa, che rideva e diceva che ero molto particolare. Finito con il letto, presi le mie cose e andai al bagno a farmi la doccia. Fu parecchio bello lasciarsi avvolgere dal calore dell’acqua dopo essermi inzuppata durante tutta la giornata. Lì non c’erano altri phon, per fortuna avevo portato il mio da casa, anche se si prendeva un sacco di spazio in borsa e me l’appesantiva. Gregorio venne a chiedermelo in prestito per asciugarsi quei due ciuffi che ancora gli restavano in testa. Fu una bella sensazione però sentirsi utili per qualcuno, dargli qualcosa che altrimenti non avrebbe avuto.

La cena ce la servirono due donne molto belle, magre, con gambe da giraffa. Mangiammo i crocetti alla bardigiana conditi con lo stracotto di manzo e la torta alle erbe. Le donne, una bionda e una mora, erano molto gentili, restarono in piedi a parlare con noi mentre mangiavamo. Non riuscivo a non guardarle e pensare che fossero belle, truccate e profumate, slanciate e filiformi nelle loro divise nere. Mi domandai che cosa pensassero di me, che ero sempre trasandata e stanca per il lungo viaggiare. Il gestore del castello era un uomo con i capelli brizzolati e gli occhiali, era seduto vicino a Gregorio e parlò per tutta la sera fitto fitto con lui. Capitava sempre così: le persone volevano parlare solo con Gregorio. Lui mi sgridava a volte, diceva che dovevo sforzarmi a parlare di più con le persone così avrei scritto dei post per i social più interessanti. Gregorio stava consigliando al gestore come rendere un prodotto il castello, secondo lui doveva mettere una stanza extra lusso e farla pagare minimo 200 euro a notte, come aveva fatto lui con le sue camere. Solo così si poteva dare una bella spinta al turismo e alla nostra sacra economia.

Intanto le donne, forse mosse dal desiderio di intrattenerci, ci raccontarono dei fantasmi che vivevano nel castello. Il più famoso è Moroello e questa è la sua storia:

Secondo la leggenda, Soleste, figlia del castellano si innamorò, ricambiata, di Moroello, comandante delle truppe. Il loro amore era però impossibile poiché la giovane era promessa sposa a un nobile. I due giovani dovettero così amarsi segretamente.

Un giorno Moroello partì per una battaglia a difesa del regno. Tornò alcuni giorni dopo da vincitore agghindato, in segno di vittoria e sfregio, delle armature e dei vessilli dei nemici. Soleste, che lo aspettava sulla torre più alta del castello, non lo riconobbe e, credendo morto l’amato e impaurita al pensiero di un’imminente invasione, si gettò nel vuoto. Appena varcato il ponte levatoio ed appresa la notizia della morte dell’amata, Moroello si uccise a sua volta.

Il suo fantasma si aggira ancora nel castello, disperandosi e chiamando il nome dell’amata. Nemmeno al di là della morte sono riusciti a ricongiungersi. Oltre a lui, ci dissero le donne, nel castello ci sono altri fantasmi: alcuni adulti, di cui certamente una donna che odia gli uomini perché fu stuprata in vita, e persino alcuni bambini, i quali si sentono ridere e correre lungo i corridoi.

«Stanotte vado a fare un giro, a caccia di fantasmi. Qualcuno vuole venire con me?» disse Zeno. 

Si guardò intorno, ma gli altri non erano interessati, così mi proposi io. Zeno mi guardò con occhi scintillanti e arrossati dal vino. Dopo cena le donne presero i nostri piatti e si dileguarono; anche il gestore del castello non restò a lungo. Pino andò a letto, Marcello e Gregorio restarono al tavolo a parlare, Zeno ed io uscimmo. Fuori il buio era totale, le uniche luci provenivano dalla stanza in cui eravamo prima. Entrammo in un’altra ala del castello. Era un’esperienza che Zeno aveva già fatto nei precedenti viaggi e io approfittai del piacere di lasciarmi guidare. Soltanto la luce dei nostri cellulari ci mostravano la via tra quelle pietre antiche. Se fossi stata da sola non sarei avanzata di un passo. Zeno invece avanzava sicuro, sembrava essere nato tra le mura del castello, o forse – come succede sempre – faceva finta di essere sicuro di sé e di conseguenza la sicurezza gli si avvicinava curiosa.

Ci fermammo al centro di uno dei corridoi e Zeno lasciò un messaggio per i fantasmi sul suo registratore.

«Ciao, cari. Lascio il mio registratore qui. Non siate timidi. Io non vedo l’ora di ascoltare quello che avete da dirmi. Ciao. Vi mando pace e amore.»

Mi fece segno di allontanarci in silenzio e così facemmo. Entrammo nella stanza delle torture, così c’era scritto nei cartelli appesi fuori. Scendemmo delle scale larghe, quasi da esterno delle chiese, e in fondo trovammo una collezione di asce appese ai muri da far rabbrividire. C’era una grande gabbia appesa al soffitto, dentro c’era imprigionato uno scheletro con la bocca aperta. Un manichino impugnava un’enorme scure al centro della stanza. Pensai che niente e nessuno mi avrebbe impedito di toccarla, se solo avessi voluto. Fu un pensiero strano che mi mise in uno stato di agitazione. Dall’altra parte della stanza c’era una porta, oltre la porta altre scale. Ci condussero in un’altra stanza molto più grande della prima. Non c’era assolutamente niente, eppure i muri parevano gridare. C’era soltanto una piccola finestra sulla destra. Zeno puntò la luce del cellulare contro il muro, trovò quello che stava cercando e mi fece segno di avvicinarmi.

«Guarda qua. La vedi questa pietra?»

Era una pietra nera conficcata nel muro, aveva delle scanalature come se fosse stata tagliata e risplendeva un po’ alla luce. 

«Ne vedi delle altre simili?» 

Controllai tutto il muro.

«Non ci sono altre pietre così, questa è l’unica. Si chiama tormalina nera e assorbe le energie negative. Vedi dove punta?»

Seguii il suo dito.

«Punta proprio alla finestra.»

La finestra era lì che ricambiava il mio sguardo, avvolta nel buio.

«Qui accadevano le cose brutte.» 

Soltanto quando uscimmo e camminammo un po’ per i corridoi sentii che l’aria attorno a me stava tornando leggera. Fu come darsi una bella scrollata. Raggiungemmo la torre e scattammo qualche fotografia, per i social pensavo. Intorno al castello si addensava una nebbia fitta, che si spostava da ovest a est, come volesse cullare il castello. La pioggia ci sorprese che eravamo ancora fuori a fare fotografie. Tornammo sui nostri passi e Zeno riprese il registratore. Disse che mi avrebbe fatto sapere se aveva registrato qualcosa, ma giorni dopo mi disse che lì dentro c’era soltanto il silenzio. Marcello e Gregorio erano ancora in cucina a parlare.

«Allora? Questi fantasmi?» rise Marcello.

Tornammo ognuno nelle proprie stanze. Nella mia, ai piani bassi, c’era già il russare potente di Pino. Mi addormentai immaginandomi ombre e nebbia, e pietre che risucchiano la malvagità. Ogni tanto avevo la sensazione che la pesante porta di legno si aprisse per poi richiudersi subito dopo, e che delle risate si inseguissero nei corridoi.

Ci alzammo presto, l’alba aveva appena iniziato di colorare di rosa le mura del castello. Ci vennero a prendere con le stesse macchinine da golf. Mentre scendevamo, accompagnati dallo sguardo perpetuo delle armature, alzai più volte lo sguardo per guardare le finestre. Non riuscivo a vedere niente, eppure a volte avevo la sensazione, altre invece la certezza, che qualcuno ci stesse guardando  dall’altra parte di quegli antichi vetri.

di Lucia Tradii

PH di Giulia Massetto

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