Quando papà aveva puntato il fucile verso mamma Diana aveva pensato che giocasse. Quando aveva visto mamma stramazzare a terra aveva pensato che, per far piacere a papà, fingesse di essere stata colpita a morte. Quando papà si puntò il fucile in gola e lasciò partire il colpo Diana urlò. Gli avvoltoi appollaiati sull’albero incenerito si alzarono in volo, le antilocapre che brucavano la poca erba rimasta dopo l’incendio fuggirono nella prateria. Cenere grigia, arbusti scheletrici e neri, la gonnellina rosa che fuggiva verso le montagne. 

Diana guadò l’acqua gelida del torrente, si sedette su una pietra, rabbrividì. Il vento era gelido come l’acqua, le nuvole erano tende nere che oscuravano il sole, l’aria puzzava come quando papà aveva fermato il carro davanti al cavallo morto. Diana si alzò e riprese a camminare sul sentiero, verso il tramonto. Ancora cenere, ancora arbusti bruciati, ancora puzza, sempre più forte. Lei cominciò a piangere. Non voleva il cavallo morto, quel cavallo nero che la guardava con gli occhi sbarrati e la faceva urlare nelle notti. E fu allora che lo vide. Un puma. Sventrato, le budella sulla cenere, gli occhi opachi che la fissavano.

E lei urlò, le testa tra le mani, lei urlò. 

I capelli biondi mossi dal vento gelido del nord, lei urlò. 

La gonnellina imbrattata di cenere sollevata dal vento gelido del nord, lei urlò.

E le budella del puma rientrarono nel corpo, e la pancia si chiuse e gli occhi brillarono. L’animale si sollevò sulle quattro possenti zampe e dopo aver lanciato il ruggito sparì nella notte. 

Lei si lasciò cadere sulla terra ghiacciata mentre la luna sorgeva dai monti, rossa e grande. E quando fu alta nel cielo illuminò un uomo e una donna che si allontanavano tra le nuvole tenendosi per mano. 

“Mamma! Papà!” Urlò Diana. 

Loro non si voltarono.

Lei li chiamò forte e pianse forte finché non scomparvero dentro la luna che brillava alta nel cielo.

E allora il vento gelido del nord prese in braccio Diana e se la portò via.

di Nora Babudri

PH di Nora Babudri

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