La camera d’albergo odorava di polvere e fumo di sigaretta. La moquette logora sembrava conservare il ricordo di tante vite e, nelle macchie che costellavano quel verde slavato, faceva tesoro delle impronte di peccati segreti e condivisi.

Le tende pesanti, le luci soffuse, il materasso ampio e rigido, sebbene un po’ troppo rumoroso; ogni elemento era al suo posto, nell’attesa di un’altra storia lontana dal giudizio e dalla moralità. 

L’Uomo ci mise poco a mettersi a suo agio; lasciò un biglietto ripiegato sul comodino e si accomodò sul bordo del letto, con la schiena dritta, impettito come al solito: la camicia perfettamente stirata, la cravatta elegante, l’orologio costoso, le stringate lucide, la giacca tirata sulle spalle muscolose. Aveva atteso quel momento per tanto tempo e la fibrillazione lo percorreva come una corrente a basso voltaggio, gli dava i brividi, il sangue pompato con forza gli pulsava nelle orecchie. Lì, in quel luogo fuori dal tempo, avrebbe potuto finalmente abbandonarsi ad un atto di estrema devozione. 

Trasalì al rumore della porta che si apriva e si richiudeva; il ticchettio attutito dei tacchi sul pavimento soffice gli provocò un brivido, sentì i peli rizzarsi sulle braccia, il contatto della peluria sottile con la stoffa gli provocava quasi il solletico mentre i capezzoli turgidi facevano capolino dalla camicia azzurra che gli fasciava il petto. 

Apparve davanti ai suoi occhi una visione demoniaca e, al contempo, angelica: una divinità in latex, un essere androgino e perfetto. Le gambe lunghe fasciate nel tessuto nero e lucido sembravano infinite e si scontravano al crocevia di una vita sottile, sovrastata da un torace macilento che mostrava chiaro il profilo delle costole. I capelli neri tirati all’indietro e il naso acuminato gli conferivano un aspetto animalesco, una sensualità ferina e indecifrabile. 

L’Uomo si inginocchiò ai piedi di quella divinità blasfema, pronto ad accogliere la sua dolce punizione. Una mano guantata gli accarezzò il profilo della mascella nerboruta e assestò un primo schiaffo a sondare i confini; ne ricevette, in risposta, un’altra guancia pronta ad essere colpita. Un sorriso compiaciuto attraversò il volto della Creatura, scoprendo due canini bianchi e affilatissimi. 

In un gesto repentino, la Creatura sfilò la cintura che le cingeva la vita sottile e la strinse attorno al collo dell’Uomo, fermandola ben stretta con la fibbia a cui agganciò una robusta catena metallica; con uno strattone, costrinse l’uomo ad alzarsi e iniziò a far saltare i bottoni della camicia utilizzando gli artigli affilati. La cravatta di seta nera fu un bavaglio perfetto per sopprimere i versi di dolore e piacere. Attirandolo a sé, tracciò il profilo del suo volto mascolino con la punta della lingua lacertide, mentre il suono della zip che si faceva strada su quel sentiero di plastica esasperava la tensione tra i due amanti, così palpabile da riempire l’aria già rarefatta di quella stanza chiusa. 

La Creatura con presa salda afferrò l’uomo dai capelli e lo costrinse a chinarsi carponi sulle coperte mentre, imbracciando il guinzaglio con forza, gli imponeva di curvare la schiena alternando colpi di frusta a carezze senza dolcezza. 

Le dita adunche della Creatura percorrevano la pelle con tocco leggero, infiammando i segni lasciati dalla frusta; disegnarono quel pendìo di ossa e muscoli arrivando fino alla fine del percorso dove, inumidite dalla saliva collosa, si fecero strada senza trovare resistenza. L’Uomo sussultava, ansimava, bramava e pregava per un supplizio maggiore, soffocato dalla stoffa tirata tra le labbra. 

Quella creatura straordinaria e perversa non attese ulteriormente e, sfoderato il suo enorme membro pulsante tempestato di escrescenze uncinate, lo possedette senza remore, schiavo di un godimento indicibile, pronto a raggiungere l’apice più alto del piacere. 

Il primo colpo arrivò inaspettato: un taglio netto dall’incavo della gola al pube. Preciso, chirurgico. Poi un secondo, orizzontale, a formare una T rovesciata. La sublimazione del dolore portò con sé l’agognata estasi, un gemito soffocato, un’espressione di pace: finalmente aveva realizzato il suo più grande ed inconfessabile desiderio. 

Si spense lentamente, godendo di ogni istante; non si era mai sentito più vicino a Dio. 

L’angelo dominatore, ancora a cavalcioni su quel guscio ormai esanime, affondò le mani guantate nella ferita e ne estrasse le viscere. Le pose ad ornamento di quell’addome lacerato e, osservandone la decadente bellezza, eiaculò copiosamente in una poetica commistione di sangue e sperma. 

Di quell’incontro non rimase traccia, se non nel bigliettino ripiegato sul comodino che, accanto ad un bacio cremisi, riportava la lista di tutte le donne che l’Uomo aveva violentato, torturato e ucciso.

di Gemma Rubino

Copertina di Gemma Rubino

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