Tutti noi conosciamo la storia della casetta dei pescatori, alla fine della scogliera. Te la raccontano da  quando sei piccolo, a casa intorno al fuoco, a scuola, al catechismo. 

Incastrata in un’insenatura alla fine di un costone appuntito, è fatta di pietre grige tutte di dimensioni  diverse tra loro, appoggiate l’una sull’altra e tenute insieme dal muschio rosa che cresce nelle grotte  marine. E’ una casetta talmente vecchia, che è evidente quanto il mare ne abbia limato le escrescenze  spigolose e disordinate delle pietre, fino a renderle lisce, un tutt’uno. Una porticina di assi di fortuna,  ma resistenti, di legno di leccio, ha solo una finestrella che affaccia sul mare sconfinato. 

E’ stata costruita dai pescatori in tempi antichi, una volta che il mercato della pesca prese piede nella  zona. Il mare del golfo è imprevedibile per quanto riguarda le condizioni: esci con la barca al mattino  e il mare è piatto come una tavola, all’ora di pranzo si mette vento, e nel giro di pochi minuti può  diventare così agitato da impedirti di tornare in porto. 

E’ così da sempre. 

Allora i pescatori, che si spingevano oltre il golfo per andare a tonni e alici, decisero di costruire un  rifugio al limitare della costa a sud, presso cui ripararsi e tenere al sicuro le barche anche col mare  grosso finchè fosse possibile far ritorno in porto in sicurezza. 

Quell’insenatura, era perfetta. Mentre fuori il mare si arrabbiava e schiaffeggiava la costa, nel rifugio  i pescatori, che l’avevano sistemato alla buona, bevevano brodo di pesce e sgranocchiavano pane e  formaggio, al sicuro. 

Si racconta, tuttavia che, in una notte d’autunno, sette uomini vi si rifugiarono fuggendo da una tromba  d’aria che pareva li inseguisse, e mentre il mare ululava e ruggiva, sentirono bussare alla porta. Quelli  non potevano credere alle loro orecchie. Chi mai poteva essere? 

Ma stavano bevendo del vino, perciò pensarono di essere ubriachi. Il vento ululava e il mare infuriava  fuori dal rifugio, quando ad un tratto sentirono delle risate sommesse, voci di donna così vicine che  sembravano provenire dai muri stessi. 

Quegli uomini erano coraggiosi, affrontavano il mare ogni giorno, ne avevano viste e sentite di cose  nella loro vita, ma quelle voci, nel bel mezzo del nulla, fuori da quella casetta raggiungibile solo via  mare… 

Si convinsero di aver sognato e continuarono a bere finchè i loro corpi caddero in un sonno morbido  e pesante, con le bocche aperte e le teste abbandonate su cuscini di indumenti arrotolati. Uno di loro,  il più giovane, venne svegliato dal bisogno di urinare. Si alzò, si diresse verso la porta e non appena  la spalancò, la vide. Una testa di donna fluttuante in mezzo all’aria che lo fissava sorridendogli.  Teneva gli occhi spalancati, le iridi turchesi si piantarono sulle sue, i capelli scuri e lunghi che  ondeggiavano nel vento di mare, incorniciavano quella testa dalla pelle bianchissima. Al ragazzo  mancò il respiro, il vento era forte e portava con sé gocce di mare che gli scagliava contro. 

“Ragazzo che stai facendo, chiudi quella porta!”, urlò dalla casetta uno dei compagni. Quello, invece, era pietrificato perchè si accorse che alla testa era attaccato un corpo, ma non di donna.  Un urlo gli montò in pancia e prima ancora che potesse lasciarlo uscire, quell’essere piombò su di lui  squarciandogli il petto con artigli lunghi e taglienti. 

“Ragazzo insomma entra tutto il vento…”, urlò un altro uomo alzandosi per dirigersi verso la  porticina, e il ragazzo cadde all’indietro proprio tra le braccia del suo compagno e così anche lui la  vide. Un volto di donna dagli occhi come il mare, ma con zampe e ali da uccello. Era grandissima,  ferma nel vento rideva con voce stridula e disse: 

“Che bel banchetto per me e le mie sorelle!” 

L’uomo urlò e zampe gli piombarono addosso sollevandolo da terra e portandolo via in alto. Gli altri,  svegliati dalle urla si precipitarono fuori e videro il loro amico in aria, mentre tre enormi uccelli con  le teste di donna, lo dilaniavano con gli artigli passandoselo in volo come una palla, impegnate  nell’ebbrezza di un macabro gioco. Una, aveva i capelli neri e sembrava la più divertita di tutte perchè  rideva con acuti picchi della voce; un’altra, con la pelle olivastra e gli occhi gialli, affondava la bocca  nella pancia del poveretto; e la terza, con i capelli rossi, guardava tutti loro mentre con gli artigli gli 

infilzava i polsi. Allora uno di loro rientrò nella casa, prese una pistola che portava sempre con lui in  una sacca e sparò contro di loro. Non riuscì a colpirne nessuna, per via del vento che non gli  consentiva una buona mira, ma quelle per lo spavento volarono via, il corpo dell’amico tra le  zampacce di una di loro. 

I cinque pescatori si barricarono dentro come meglio poterono, terrorizzati stretti l’uno all’altro. Il  ragazzo morì in poche ore dissanguato. Il mattino successivo, non avevano il coraggio di aprire la  porta: se fossero state ancora là fuori? 

“Vado io per primo”, disse quello con la pistola, il quale spalancò la porticina e puntò l’arma davanti  a sé. Si voltò a destra e sinistra, poi la puntò in alto sopra di lui, ma di quei mostri sembrava non  esserci traccia. Corsero alla barca, sempre guardinghi l’uno dietro le spalle dell’altro, il mare non era  abbastanza calmo ma senza dirsi nemmeno una parola salirono tutti a bordo lo stesso, stendendo il  corpo del ragazzo attorno al quale si strinsero, custode dell’orrore cui avevano assistito. Sciolsero le  cime che avevano legato con cura la sera prima e si avviarono verso il porto. 

Trovarono l’altro a qualche miglio dalla costa. Quel che ne restava galleggiava come un guscio di  riccio vuoto. Dal buco in pancia era evidente come i mostri l’avessero spolpato da dentro. Brandelli  di pelle attaccati alle ossa attorniati da pesci e squaletti che sbocconcellavano. Recuperarono il corpo  e lo deposero accanto a quello del ragazzo. 

Nessuno credette al racconto dei cinque sopravvissuti. La gente del villaggio attribuì le ferite  all’attacco di un pescecane e tutti dissero che i mostri erano frutto dell’alcool, del vino che sicuramente  avevano bevuto per tutta la notte. I poveretti, invece, piangevano e si battevano il petto giurando di  dire il vero. Allora, la donna più anziana del villaggio si fece avanti. Di lei si fidavano tutti. 

“Andiamo a controllare”, propose. 

“No no nessuno deve più andare al rifugio!” 

“E come avete fatto a tornare voi altri allora?” 

Quelli rimasero interdetti, come se non avessero compreso le parole dell’anziana, la quale insistette: “Voi siete tornati comunque, ammesso che questi mostri esistano. Per parte mia, sono sicura che non  troveremo nulla in quell’insenatura”. 

“Forse, forse escono solo di notte… come i rapaci notturni…”, disse l’uomo della pistola. “Vedremo” rispose lei. 

Al tramonto, il mare si era calmato del tutto, cristallizzando la superficie dell’acqua così limpidamente  da mostrarne la vita sottostante. Banchi di guarracini si inseguivano e i polpi si nascondevano nelle  tane mentre in superficie, timide lampare, si accendevano per mettersi in mare puntellando di giallo  il porto. I sopravvissuti, invece, non uscirono a totani insieme agli altri, si chiusero in casa barricando  porta e finestre perchè avevano il terrore che quei mostri avrebbero potuto raggiungere il villaggio e  finire il banchetto lasciato a metà. 

Il mare era un olio e il cielo della notte incombente illuminato dalla luna. Dopo la pesca dei totani,  erano tutti troppo stanchi per credere al racconto dei compagni e nessuno aveva voglia di allungarsi  fino al rifugio per controllare se i mostri fossero veri o no. Mentre si avvicinavano alla costa, tuttavia,  dal corteo di lampare che illuminavano una sottile striscia di mare, se ne staccò una che invertì la  rotta verso sud, proprio verso la casetta. 

Nessuno sapeva il motivo o meglio cosa avesse spinto quei pescatori ad andarci, perchè nessuno di  loro fece mai ritorno. 

“Ve l’avevamo detto!Ve l’avevamo detto!”urlarono i cinque sopravvissuti. 

Quest’ultima sparizione aveva destato dei sospetti: la barca era insieme a tutti gli altri; era  consuetudine che, dopo la pesca, si tornasse tutti insieme in porto, una sorta di regola non scritta tra  gli uomini. Per sicurezza, per abitudine, per comodità, fatto sta che così era e così era sempre stato.  Quella barca si era staccata dagli altri invertendo la rotta, decidendo di non fare ritorno, come se  qualcosa li avesse attirati… 

Al villaggio, sotto le urla e i pianti di altre mogli disperate, decisero che forse era il caso di controllare  quell’insenatura, così stabilirono che la sera successiva sarebbe partita una delegazione in  perlustrazione, costituita da tre uomini e l’anziana donna del villaggio.

Un altro giorno stava per tramontare, colorando di luce arancione e indaco il mare. Quando la casetta fu alla portata della loro vista, accesero delle torce ad olio per assicurarsi di avere  luce, dato che ormai la notte li avrebbe sorpresi da un momento all’altro. Ad un tratto, uno degli  uomini disse: 

“Sì…sì… sto arrivando…”. La donna, sulle prime, non aveva ben compreso le sue parole, ma poi quello  continuò: 

“sì… verrò da voi…staremo insieme per sempre!”, disse con voce tremante sporgendosi dalla barca. “ma cosa stai dicendo!?” la donna lo afferrò dalla camicia e lo spinse via dal parapetto. “io io devo andare da loro! Mi chiamano!” 

“Ma cosa? Ma che vai dicendo? Chi è che ti chiama?” 

“Angeli, tre angeli dal cielo…” e così dicendo, si tuffò in mare. 

Una voce stridula le ricordò di non essere sola sulla barca. Finito di banchettare con il timoniere, ora  la guardavano ghignando e muovendo la testa a scatti, tremanti come certi uccelli dei boschi. I corpi  enormi, ricoperti di piume, coronati da un paio d’ali e zampe di rapaci, sorreggevano volti di donne  di una bellezza terrificante. Gli occhi vuoti dalle iridi gialle l’una, e l’altra verdi, sorridevano su una  carnagione d’alabastro, mostrando le bocche sporche di sangue dopo il pasto appena consumato. 

“Non abbiamo mai assaggiato una donna!” disse ancora quella con gli occhi verdi. “Aspettate!” 

Planò spostando l’aria quella che si trovava sulla scogliera. Ora, tutte e tre erano di fronte a lei in  carne ed ossa, ci credeva ora o se ci credeva. 

“Ci credi ora? Ma come, non sei tu l’anziana più saggia del villaggio?” le chiese quella fissando gli  occhi turchesi nei suoi come se con la rapidità di un fulmine le avesse letto nel pensiero. “Io io… cosa siete voi?” 

Quelle stirarono le labbra, serie, come se l’eco di un antico ricordo fosse affiorato alle loro menti  oscure e indietreggiarono permettendo alla donna di riprendere il controllo del proprio respiro. Fu  ancora quella dai capelli neri a parlare. 

“Un tempo eravamo donne anche noi, ninfe del mare. Siamo state maledette per non aver adempito  ai nostri compiti. Eravamo ancelle di una principessa che venne rapita, una giovane viziata e malvagia  che non faceva altro che tormentarci. Tutti si mossero a cercarla, ma noi no. Eravamo felici che  qualcuno che ce l’avesse tolta dai piedi. Ma sua madre, una strega, ci maledisse condannandoci a  vivere per sempre come degli uccelli rapaci, ad avere fame di carne umana, quella che noi non  potremo essere mai più.” 

L’anziana donna ascoltava con la bocca serrata e gli occhi attenti, respirando appena per non emettere 

il minimo rumore, per il terrore di un loro scatto famelico. 

“Per tre giorni cercarono la nostra principessa, spostandosi da una città all’altra, dai boschi alla costa,  mentre noi ci nascondemmo nelle grotte sul mare, ma poi quella strega ci trovò… e da allora siamo  condannate a spostare il nostro nido ogni 300 anni. Così…siamo arrivate qui…” Disse queste ultime parole sorridendo con la bocca impastata di sangue e i denti sporchi di brandelli  di carne. 

“In effetti… come ha detto mia sorella…sarebbe la prima volta che mangiamo una donna…” e così  dicendo, sorrisi maligni si allargarono sui loro volti mentre zampettavano verso di lei, gli artigli che  ticchettavano sulle assi della barca al ritmo dei loro colli che scattavano in avanti. Nella mente della  donna, come la nebbia che risale dal mare, prese corpo un’idea, un’idea terribile e crudele ma che,  forse, avrebbe potuto salvare la vita di tutto il villaggio… 

“Aspettate aspettate! Vi prego…vi propongo un patto!” 

Sono passati 225 anni da quella notte d’autunno, e ancora oggi ne custodiamo la storia. La mia  trisavola, ebbe salva la vita insieme all’uomo che si nascose sotto le reti, su quella barca in balia della  notte. Nessuno seppe mai come fece a convincere i mostri ad ascoltarla, ma lei era una donna saggia.  Ho sempre pensato che fosse un po’ magica a dir la verità, fatto sta che la città in cui il villaggio si è  trasformato negli anni, oggi vive e prospera grazie a lei. Il mare è la nostra ricchezza più grande, coste  ruvide e acque cristalline, sono l’attrazione prediletta da schiere di turisti ogni estate. 

La casetta dei pescatori, resiste sulla scogliera, offrendo un punto d’attracco sicuro per tutte le barche  di turisti che la mia agenzia si occupa di portare a fare gite lungo la costa. La casetta la mettiamo  come tappa finale di ogni tour. Per via dei mostri ovviamente. All’epoca, la mia trisavola, propose di  usare i mercanti stranieri che transitavano in porto per fare rifornimento. 

Venite venite, vi portiamo in un magazzino sulla costa dove custodiamo ottima merce di scambio…, a  volte la merce erano gioielli, altre volte sete preziose, altre volte ancora un tesoro nascosto, ma che  importa? Così, i mostri avevano un pasto assicurato e la mia gente salva la vita. Nel tempo abbiamo cominciato a nutrirle solo in estate e, certo, non sono mancati i problemi, ma  abbiamo trovato un modo per farle felici… 

Ogni tanto, riusciamo ad organizzare gite per le scolaresche. Non molte, perchè non è facile far sparire  le tracce di un intero pullman di bambini…ma così riusciremo a tenerle a bada per i prossimi 75 anni.  Solo 75 anni e poi, finalmente, voleranno via per fare il nido su un’altra costa.

di Giulia Maestri

Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale

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